Hic et Nunc

Il mondo in stato di assedio

Mostar, 13 marzo 2022: chiesa di Medjugoje con mons. Aldo Cavalli - preghiera, devozione, Madonna, Crocefisso, case distrutte guerra - foto SIR/Marco Calvarese
21 Mar 2022

di Emanuele Carrieri

Il 2 maggio 1992 cominciò l’assedio di Sarajevo: la città fu cinta dalle forze serbo-bosniache, le strade furono chiuse, come pure i rifornimenti, i servizi furono interrotti. Solo poche agenzie umanitarie riuscirono a fornire generi di prima necessità ai cittadini assediati. Benché inferiori di numero ai bosniaci, i serbi erano meglio armati. Dopo i primi tentativi di assalire la città con le colonne corazzate, le forze di assedio colpirono Sarajevo da almeno duecento bunker situati sulle montagne. In breve, l’assedio raggiunse l’apice: furono commesse atrocità, con i lanci di artiglieria che continuavano a colpire tutto. Parte delle posizioni militari e delle riserve di armi nella città erano sotto il controllo dei serbi, che ostruivano i rifornimenti. L’aeroporto fu aperto agli aerei dell’Onu alla fine del giugno 1992: la sopravvivenza provenne da quei rifornimenti. L’assedio durò 1398 giorni, fino al 29 febbraio 1996, quando il Parlamento bosniaco proclamò la sua fine. Le vittime ufficiali furono 11541, di cui 643 bambini. Trenta anni dopo Sarajevo, e ottanta dopo Stalingrado, ora è la volta di Kiev. Da giorni le artiglierie russe sparano sul centro della capitale ucraina e le colonne corazzate, contrassegnate con la ormai tristemente nota “Z” bianca, tentano l’accerchiamento.

 

Marcia per la pace a Sarajevo, dicembre 1992. Monsignor Antonio ( Tonino ) Bello al centro, con cappotto marrone

I russi hanno schierato anche le terribili testate termobariche usate in Afghanistan, Cecenia e Siria e capaci di fare evaporare ogni forma vivente, nel raggio di 300 metri. Hanno ammesso di averle già usate anche in Ucraina, per esempio contro la città martire di Mariupol dove da giorni 200.000 persone vivono rintanate nelle cantine senza cibo, acqua ed elettricità e le strade sono così piene di cadaveri che è stato ineluttabile ricorrere alle fosse comuni. Perché non dovrebbero fare lo stesso con Kiev, pur di arrivare a piantare la loro bandiera in piazza Maidan, catturare – vivo o preferibilmente morto – Zelensky e rimpiazzarlo con un loro fantoccio? Putin dice e ripete che è questo l’obiettivo dell’operazione. E sono stati prima Draghi e poi il francese Macron e il tedesco Scholz a confermare che: “Putin non vuole la pace e non vuole fermarsi”. Ovvio: non si mandano allo sbaraglio i tre quarti del dispositivo militare se prima non si è deciso di andare fino in fondo. Non si rischia l’isolamento mondiale (a eccezione dell’incerto alleato cinese) senza ritenerlo un prezzo in qualche modo accettabile. Pure tutto questo argomentare di Putin che (complici le previsioni sbagliate del suo entourage) non avrebbe considerato la resistenza degli ucraini o le conseguenze delle sanzioni dell’Ovest, rispecchia le difficoltà oggettive che i suoi piani stanno incontrando. Più la sfida ha dimensioni inimmaginabili e più andrebbe preso atto che, al contrario della tesi finora prevalente, il tempo non sta agendo contro Putin, ma a suo favore. Ma lui e i suoi non sono, non pensano come noi. Quando ricordano la Russia degli zar, quella di Pietro il Grande che arrivava fino al Dnepr che bagna Kiev, non giocano. Non scherzano neppure quando dicono di volere arrivare ancora più in là, fino a riformare l’ex impero sovietico. E ciò lo dicono e lo fanno anche per compattare e tenere sotto controllo quella che, pur essendo la maggiore nazione e la prima potenza nucleare dal punto di vista quantitativo del mondo, resta, nello stesso tempo, un Paese economicamente sottosviluppato e uno Stato di polizia in cui i diritti umani e civili sono carta straccia. Tutto ciò dovrebbe suscitare seri dubbi anche circa la reale incidenza dell’effetto boomerang causato dai tanti militari che stanno tornando a casa dal fronte ucraino chiusi in una bara. Anche perché, a chi in questi decenni ha sistematicamente eliminato facendoli avvelenare anche all’estero tutti i propri oppositori, che volete mai che importi delle proteste di qualche vecchina sopravvissuta agli assedi nazisti? Fatte sparire anche quelle e silenziati pure i social e i media stranieri con la minaccia di sbattere in carcere per 15 anni chiunque osi solo pronunciare la parola “guerra”, si può tuttavia dare addosso all’Occidente ‘imperialista e aggressore’ e alla Nato ‘guerrafondaia’. Il punto vero, l’unico che conta e che da settimane è sotto gli occhi del mondo intero – è che è tutto il popolo ucraino a opporsi alla aggressione e a chiederci di non abbandonarlo. Possiamo anche farlo, come è stato fatto con l’Afghanistan, sapendo, però, che poi sarà la volta dei paesi baltici o della Polonia, lungo i cui confini stanno già piovendo i missili con le prime vittime. O restare uniti continuando a sostenere quel popolo che sta combattendo anche per conto nostro. Oggi, fornendo tutto l’aiuto possibile e accogliendo come già avviene milioni di loro familiari e figli. Domani, aiutandoli a ricostruire quel Paese ridotto in macerie dalla guerra dei mondi di Putin. Trenta anni dopo Sarajevo e ottanta dopo Stalingrado, la posta in gioco è sempre molto, troppo alta: la democrazia, la libertà, l’autodeterminazione, la civiltà, la convivenza. Perché, in realtà, è tutto il mondo in stato di assedio.

 

Nella foto in evidenza, don Tonino Bello a Sarajevo, durante la marcia per la pace partita da Ancona nel dicembre del 1992

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