Editoriale

Gorbaciov, l’innovatore fermato dagli oligarchi

Foto di archivio
05 Set 2022

di Emanuele Carrieri

Era l’inizio di ottobre 1989 e Gorbaciov pronunciò una delle sue più famose frasi, un monito politico che è rimasto scolpito nella storia. Arrivò in visita a Berlino Est per i festeggiamenti della fondazione della Repubblica Democratica Tedesca. C’era aria di sfaldamento, i giovani erano in fermento, la Germania Est si stava frantumando e Gorbaciov lo sapeva bene. Fu avvicinato dai giornalisti e disse: “Chi arriva in ritardo, la storia lo punisce”. Così fu, cadde il Muro dopo un mese. Potrebbe finire qui il ricordo di Gorbaciov, perché in tale frase è racchiusa la sua figura. Se si guarda a quanto accade nel mondo, può prendere un senso di angoscia, di sgomento. Se n’è andato a 91 anni da personaggio che ha fatto la storia, la nostra storia. E noi ora assistiamo a vicende miserabili, a uno scontro fra uomini mediocri, mentre ci sarebbe bisogno di elevarsi sopra le meschinità, i giochi di potere, le menzogne, la pochezza dei più. La guerra in Ucraina è vicina a noi, ne soffriamo gli effetti, siamo alla vigilia di prove difficili eppure tutto questo è cominciato da quelle parti, proprio 31 anni fa quando i nemici di Gorbaciov, che demolirono l’economia sovietica, si riunirono e decretarono la fine dell’Urss. Gorbaciov aveva provato a impedire la dissoluzione del Paese che aveva avviato, fra errori e contraddizioni, verso un cammino riformatore con la perestrojka e la glasnost. Ora siamo qui, sospesi sulle sorti del mondo, da sei mesi a guardare le immagini della guerra di Putin, l’erede di quello Eltsin che infierì su Gorbaciov, portando la Russia degli anni 90 in braccio agli oligarchi. La sera di Natale del 1991 venne abbassata la bandiera dell’Urss, Gorbaciov aveva finito il suo discorso in tv, un commiato segnato dalla preoccupazione per i destini del mondo. Disse: “Ha vinto la disintegrazione dello Stato. Io non sono d’accordo. Vi parlo per l’ultima volta come presidente”. Uscì per sempre dalla scena a soli 60 anni dopo aver sorpreso tutti nel 1985 con la sua elezione a segretario del Pcus che metteva fine alla stagnazione brezneviana e apriva un grande spiraglio per le sorti dell’umanità intera. La sua fu una battaglia dura, feroce, contro i conservatori e i radicali, tutti e due con il fine di sbarrargli la strada, ma anche contro l’Occidente che ammirava l’uomo nuovo dell’Urss. Fu evidente l’ipocrisia delle cancellerie occidentali: blandivano Gorbaciov, se lo contendevano, lo ammiravano, ma poi non erano disposte a dargli una mano nella sua battaglia per la democratizzazione socialista dell’Urss. Lo si capì nel luglio del 1991 quando andò al G7 di Londra: pacche sulle spalle, baci, abbracci, sorrisi e strette di mano ma nemmeno un dollaro di crediti. Gorbaciov non vinse ma lottò fra resistenze e compromessi. Ci fu un momento in cui sembrava potesse svoltare davvero. Era il 1988 quando si inventò la Conferenza di organizzazione del partito trasmessa alla radio: la gente ascoltava con le radioline il dibattito, si discuteva, ci si affrontava, si applaudiva e si fischiava. Sui giornali la stessa cosa. Una ventata di democratizzazione mai vista. Poteva vincere Gorbaciov? Resisteva nella battaglia dentro il Pcus, dentro il Politburo pieno di avversari, cercava sponde in politica estera e le ottenne: il vertice con Reagan a Reikiavik, gli accordi sul taglio dei missili, la mossa sul ritiro delle truppe dall’Afghanistan, il vertice di Malta, l’incontro in Vaticano con Wojtyla. Due immagini rendono il senso della tragicità dell’uomo Gorbaciov. La prima: la discesa della scaletta dell’aereo a Mosca una volta liberato dalla prigionia nella dacia sul Mar Nero. I golpisti avevano retto tre giorni, fra montature, messinscena, carri armati in mano a comandanti smarriti e all’alcol. I liberatori alla Eltsin erano i vincitori di una vicenda davvero strana. Gorbaciov era pallido, libero ma sconfitto. La seconda: Eltsin, con il dito puntato che gli impose di firmare il decreto di scioglimento del Pcus. Fine dell’Urss. La morte di Gorbaciov ci fa apparire una sicura enormità la guerra della Russia di Putin contro l’Ucraina. Lui aveva il Nobel per la pace, aveva demolito la guerra fredda, aveva difeso il suo mondo ma consapevole che andava cambiato perché potesse sopravvivere. Pur malato, Gorbaciov era rattristato per il corso degli eventi, aveva parlato con franchezza, perché non poteva smentire sé stesso, era preoccupato per una deriva verso la guerra nucleare. Gorbaciov non ha vinto, abbiamo perso tutti, innanzitutto ha perso la pace.

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